Le inclassificabili di Francesca Pozzi (lo Sconvegno)

Il capitolo che segue è dedicato alle “inclassificabili”,
ovvero a gruppi e realtà che non appartengono direttamente né
al mondo dell’associazionismo, né a quello istituzionale, ma
che attraversano in molteplici forme e modalità le altre
‘categorie’ descritte in questo volume. L’essere
“inclassificabili” è, però, secondo noi, anche una
loro caratteristica trasversale che, pur nella diversità delle
pratiche e dei contenuti, accomuna e in qualche modo racconta molti
dei percorsi politici femministi contemporanei.

Si tratta in buona parte di collettivi e gruppi nati all’inizio del
nuovo millennio dall’esigenza e dal desiderio di declinare
diversamente la partecipazione alla politica attiva, soprattutto dopo
i fatti di Genova 2001.

Parafrasando Liana Borghi in Altri Femminismi (Borghi, 2006)
essi cercano – non senza difficoltà e contraddizioni – di
espandere, ricercare e trasformare le comuni definizioni di genere e
sessualità, includendo il discorso delle donne migranti, le
teorie femministe post-strutturaliste, queer e post-coloniali.

A partire dall’elaborazione delle nostre esperienze dirette di
relazioni politiche e partecipazione a percorsi di mobilitazione e
confronto collettivi, e dallo studio di materiali pubblicati in rete,
crediamo di poter identificare alcune caratteristiche trasversali ai
gruppi e ai collettivi femministi contemporanei, che li rendono
“inclassificabili”.

Identità
e appartenenze multiple

I
gruppi e i collettivi “inclassificabili” si distinguono dai
collettivi femministi degli anni ’90 sia nella forma organizzativa
sia nella pratica politica e rappresentano, secondo noi, percorsi di
sperimentazione nuovi. In qualche modo le loro identità
nascono dalle pratiche e non sono ancorate ad un approccio
ideologico, non essendo, ad esempio a priori separatiste, oppure a
priori legate solo a certe esperienze come l’autocoscienza.

Oggi si potrebbe dire che non esiste un’unica identità o
appartenenza prioritaria: i percorsi sono molteplici, differenti e le
esperienze individuali si intrecciano in pratiche collettive
multiformi, in cui le diverse appartenenze si fondono. La complessità
di questa soggettività nomade e precaria si riflette anche
nella costruzione dell’identità del gruppo, mai unica,
monolitica, assoluta e assolutizzante. Pensiamo quindi ad
un’appartenenza che non pretende di essere ed esaurire la nostra
identità, ma che dia la libertà di provare a creare
nuovi percorsi di sperimentazione politica.

Le inclassificabili, secondo noi, si muovono in tale direzione, non
sottovalutando il rischio di creare un insieme di gruppi e
singolarità diverse che si incontrano, ma mantenendo una
specifica identità politica che, seppur non più
monolitica, continua ad essere “ab-soluta”, nel senso di
isolante.

Nello
stesso tempo non dimenticano anche le difficoltà rispetto
all’incastro dei tempi, alla partecipazione attiva, al
confronto/scontro tra affinità e differenze di cui tali
sperimentazioni si alimentano, come bene raccontano le Matri_x, la
pratica delle singole in relazione ha conosciuto due fasi: la prima è
stata di ricchezza politica. Nel quadro di un ritorno alla realtà,
all’esperienza, il confronto tra donne disparate, con approcci,
provenienze e impegni diversi era un contributo imprescindibile. La
seconda fase ha conosciuto una crisi proprio a partire da quella
ricchezza: vite diverse implicavano ritmi diversi e questo ha
generato una crescente difficoltà a trovare un tempo comune
.

Nel
percorso di costruzione di identità molteplici, c’è
chi come le Sexyshock ha scelto di definirsi indistintamente come
Betty, un nome collettivo che identifica ogni partecipante al
percorso, oppure chi, come le Matri_x, racconta che finiti i tempi
dei movimenti collettivi, constatata la difficoltà e
l’inefficacia di definirsi persino come gruppo – con scopi
predefiniti, postulati generali e condivisi – abbiamo percorso la
strada delle singole in relazione
. Lo Sconvegno è, invece,
uno spazio/tempo politico creato dall’alchimia delle nostre
presenze, un laboratorio dove emozioni ed esperienze diventano chiavi
di lettura del mondo, una magia che ci fa singolari e collettive: più
che la somma di noi tutte insieme, meno di un’identità unica
e a sé stante. Le A/matrix danno di sé una definizione
complessa e, anche per loro, non riconducibile ad un unicum: A/matrix
è un progetto post, trans, pop, cyber, neo, ultrà,
meta, iper femminista. Anche se non sembra, siamo piuttosto concrete:
è la discriminante fondamentale per non implodere e/o fare
gomitolo.

Non
da meno le Vagine Volanti si descrivono in modi simili omogenee
non lo siamo mai state, siamo dieci anime diverse l’una dall’altra
per storie, percorsi, valori culturali e termini di riferimento. Quel
che vogliamo è far convivere queste anime nell’ambito di un
progetto che noi chiamiamo “la politica del quotidiano”, ognuno
insomma ci porta se stessa
(http://www.altracitta.org/infodetail.asp?InfoId=1629).

Soggettività Lesbica si racconta come un gruppo politico
con una sua fisionomia non rigida ma chiara, che non nasce e non vive
su opzioni ideologiche né su rivendicazioni prestabilite. È
un luogo di relazioni tra donne diverse tra loro (per formazione,
età, ceto sociale, e anche scelte politiche) che hanno in
comune il desiderio di capire, nominare, mettere in discussione
l'esperienza di amare una donna – che fa delle vite la base delle
proprie riflessioni
(http://www.universitadelledonne.it/Sl%20storia.htm).

Anche Facciamo Breccia, nel presentarsi sottolinea l’eterogeneità
delle singole componenti, definendosi come un movimento spontaneo
di singole, singoli, gruppi, associazioni che riaffermano una cultura
laica e si contrappongono all'invadenza vaticana sui corpi e sulle
scelte di vita, per riaffermare l'autodeterminazione di ogni soggetto
e promuovere una cultura di riconoscimento delle diversità

(www.facciamobreccia.org).

Le identità delle inclassificabili, come evoca la parola,
sono, quindi, flessibili, composte in itinere da diverse e molteplici
soggettività che le compongono. I contorni sono più
sfumati, ma non per questo le appartenenze meno radicate e vissute.Pratiche
creAttive

Le identità nascono dalle pratiche improntate alla creatività
e all’ironia: per esempio le Maistat@zitt@, per contestare la legge
della Regione Lombardia sul funerale obbligatorio per i feti abortiti
(legge poi approvata nel 2007, che obbliga al seppellimento dei feti,
anche quelli al di sotto delle 20 settimane), ha indetto un “corteo
funebre dell’ovulo non fecondato” che – dopo aver consegnato
alle istituzioni sanitarie regionali assorbenti usati perché
venissero “degnamente seppelliti” – ha attraversato le strade
del centro di Milano con una parossistica processione funebre. Per
contestare la legge nazionale 40 sulla procreazione assistita, le
A/matrix hanno, invece, lanciato la 'campagna uova', che consiste
nella disseminazione di uova nello spazio urbano e in quello mediale.
Abbiamo usato le uova, simboli ancestrali di vita e fecondità,
come significante dell'embrione che la nuova legge considera
"soggetto" da tutelare, con prevalenza sulla tutela della
salute della donna. Contro la guerra in Iraq, invece, abbiamo creato
una serie di adesivi usando immagini dell'icona erotica Betty Page
associati ad ammiccanti slogan pacifisti: un tentativo di
interferenza culturale basato sul deturnamento di corpi femminili
carichi di significati sessuali.

O ancora le ecofemministe friulane propongono un simbolico che si
realizza sul linguaggio, che ne sconvolga la sintassi sedicente
neutra (ma maschile) con l'immissione di altri circuiti, ma
soprattutto proponiamo azioni che realizzino un nuovo ordine etico.
Vorremmo che questi che sono ancora solo degli ‘spunti’ per lo
sviluppo di un discorso e di un relativo movimento ecofemminista più
articolato, fossero colti come lineamenti (anche se frammentari) di
un nuovo “modello”: un agire autoplastico verso l'ambiente e
verso se stessi; esaltando la diversità quale fondamento etico
di una nuova unità; valorizzando l'immaginazione e la
creatività quale ricchezza di soggettività nella
percezione del mondo umano e non umano e dando una serie di
indicazioni fondamentali per una dimensione ecologica soggettiva.

Un uso creativo del linguaggio, innestato su pratiche più
tradizionali, caratterizza le modalità di azione della rete
nazionale Facciamo Breccia, come nel caso della loro campagna “adotta
un’anatrella” contro Tony Anatrella (gesuita e psichiatra
francese, nonché principale consulente del Vaticano in materia
di omosessualità), nata con l'obiettivo di aiutare le
“criptochecche” ad uscire dal nascondimento, invitandole a
partecipare alle nostre gaie Frocessioni perché anche la loro
sessualità possa essere vissuta apertamente e alla luce del
giorno, in maniera libera, senza ricorrere alla violenza degli abusi
e senza più il bisogno di generare fantasmi inquisitori.

L’elemento della creAttività (creatività attiva /
attività creativa) é dunque assolutamente centrale,
come sottolineano e puntualizzano le Comunicattive: comunichiamo
una sensibilità critica, attenta ai cambiamenti e alle
innovazioni. Cerchiamo di divertire, giocando con i ruoli, le parole,
i suoni, le immagini. Attiviamo canali espressivi diversificati,
attraversando i modelli socio-culturali e privilegiando la
sperimentazione creativa. Immaginiamo la realtà, utilizzando
linguaggi e modalità femminili. Siamo per un certo genere di
comunicazione.
L’origine di queste modalità é
rintracciabile nel cre-attivismo “pink”, ossia in quelle pratiche
comunicative che mettono in gioco la fantasia, la messa in
discussione di stereotipi e immaginari comuni, il travestimento nelle
piazze e nei media, attraverso le mostre come nei convegni, che i
femminismi e il movimento queer hanno sviluppato negli ultimi
trent’anni.

Come emerge da questi esempi, le pratiche fanno dell’ironia la loro
cifra stilistica, ma al contempo, non dimenticano la radicalità
delle loro elaborazioni nel tentativo di mettere in luce
l’ambivalenza dei temi trattati, evitando il vittimismo e il
lamento fine a se stesso.

Infatti, come sottolineano le precarie dei gender studies che
si riuniscono nella lista Prec@s, un ingrediente imprescindibile é
un approccio non vittimistico: le nostre strategie di resistenza
sono improntate all'ironia, all'ottimismo dello spirito a fronte del
pessimismo dell'intelletto (…). Ribaltando il senso di precarietà
da puro vittimismo e compatimento cerchiamo di trasformare in agency
le limitazioni che derivano dalle nostre appartenenze di genere e
generazione.

Al
di là dell’eterogeneità delle tematiche, a risultare
centrale é dunque il valore politico attribuito alle pratiche
e alle relazioni della vita quotidiana. Concepire la politica come
pratica significa tradurre e verificare continuamente nei
propri stili di vita le implicazioni del proprio agire politico. Il
partire da sé rappresenta la prospettiva da cui mettere in
discussione la propria quotidianità e le regole che le danno
forma in ogni occasione e in ogni luogo, sempre con un pizzico di
ironia.

La rete come strumento politico

L’essere “in rete” costituisce un ulteriore elemento
caratterizzante le esperienze delle inclassificabili. Da un lato la
rete internet viene utilizzata come strumento di lavoro, incontro e
scambio quotidiano in grado di alimentare (ma non di sostituire) i
momenti di compresenza fisica nell’elaborazione, discussione e
organizzazione delle iniziative.

Nella gran parte dei casi la cadenza degli incontri è
settimanale, ma alle riunioni in compresenza vanno sommate alcune
decine di e-mail quotidiane. Come nel nostro caso: ci scambiamo
decine di e-mail al giorno, condividendo stralci di vita propria,
informazioni, documenti, collaborazioni e sostegno; ci relazioniamo e
interagiamo non solo nello spazio virtuale, ma anche in quello fisico
del vedersi e toccarsi “in presenza”. Durante le riunioni
settimanali – flussi lavorativi, eventi contingenti e deliri
esistenziali permettendo – i due piani si mescolano e come gruppo
interagiamo con la ‘macchina’. Anche le A/matrix sottolineano:
discutiamo, ragioniamo, a voce e soprattutto via e-mail, se
troviamo un punto di incontro procediamo a scrivere, disegnare,
comunicare ecc.

O ancora Sexyshock che conta moltissime donne e uomini, nati o
diventati, eterosessuali, gay, lesbiche e transgender in tutta Italia
e all’estero, l@ qual@ comunicano, agiscono e interagiscono
soprattutto attraverso il web.

Anche Prec@s, come la stessa rete Facciamo Breccia, si muove in tale
direzione poiché proprio attraverso l’appartenenza a una
mailing-list, porta avanti la sua azione politica senza la necessità
di una stretta compresenza dal momento che, essendo una rete, ha
confini molto elastici di appartenenza e rappresentatività
.

Le giovani donne della Libreria di Milano sostengono che nella
realtà della rete è possibile praticare la differenza
sessuale
visto che questa rappresenta un vero e proprio
spazio/luogo da disseminare di contenuti. Le giovani della
Libreria spiegano che quello che vogliono è la traduzione
in comunicazione multimediale di idee e desideri
. (…) Il
sito è per noi una palestra di politica, poiché
selezioniamo gli articoli e li commentiamo senza accontentarci delle
risposte immediate, inseguendo un senso non scontato: il senso libero
della differenza, che spiazza, sposta ogni significato comunemente
dato. Tentiamo di far affiorare dalle nostre pagine web e dalle
migliaia di pagine altrui che incontriamo, un’interpretazione
inedita degli eventi
.

Anche il progetto delle ecofemministe
friuliane è improntato sul web: il loro sito infatti raccoglie
numerosi documenti, articoli, link interviste su vari temi, luoghi,
dibattiti, mentre un’intera sezione è dedicata al rapporto
tre donne e tecnologie. Tra i contributi anche un’interessante
riflessione sull'hackeraggio al femminile come strategia di
frontiera.

Condizione precaria – di vita e di lavoro – come prospettiva,
terreno di riflessione e produzione di conflitti

Ricercatrici, giornaliste, statistiche, informatiche, esperte di
“guerriglia marketing”, ma anche operatrici sociali e sanitarie,
bibliotecarie, scienziate, libere professioniste, programmatrici di
computer, dottorande, insegnanti, studentesse: il dato comune a molte
delle inclassificabili è il fatto di fare lavori
“precognitari”, ovvero di produrre merci immateriali ed
avere contratti e tipologie di lavori precari.

Alcuni gruppi fanno della precarietà direttamente il centro
delle loro riflessioni e pratiche come noi, ad esempio, che cerchiamo
di mettere a fuoco e declinare il carattere ambiguo, ambivalente e
potenziale del nodo della precarietà, a partire dalle
trasformazioni nei tempi e nei modi di lavoro e di vita che viviamo
quotidianamente; o le Prec@s, che nel loro percorso provano a
coniugare l'attuale intersezione tra la precarietà e la
condizione generazionale e lavorativa delle giovani laureate o
ricercatrici in gender studies
. Le Matri_x, ancora, hanno portato
avanti una ricerca itinerante – che ha toccato Verona, Roma e
Messina – incontrandosi per circa due anni a cadenza trimestrale
per raccontarsi le rispettive esperienze di lavoro e riflettere
collettivamente sulle trasformazioni avvenute, per poi confrontarsi
pubblicamente in una giornata di lavori conclusiva intitolata “Le
opere e i giorni”.

Ma, più in generale, come chiarisce Gaia Giuliani di
Sexyshock: la precarietà caratterizza ormai ogni aspetto
dell’essere, ogni spazio e tempo del pensiero e dell’azione, ogni
forma e pratica dell’identificazione, sia essa legata
all’appartenenza ad un luogo, ad un genere, ad una precisa pratica
sessuale, ad un contesto culturale o religioso. (…) La precarietà,
che è precisamente la condizione che definisce i trentenni
d'oggi ha avvolto e ricombinato in modo definitivo le antiche
strutture di pensiero, le categorie del quotidiano e i paradigmi
esistenziali che avevano diretto la vita delle persone fino a rendere
tutto un po’, o un po’ troppo, incerto, instabile e segmentato. E
nonostante tale instabilità appare, ed è, il risultato
di un percorso spietatamente individualizzato, resta pur sempre
un’esperienza collettiva.
(Giuliani, 2006).

Le
inclassificabili, secondo noi, sono accomunate dal tentativo di
trovare spazi di azione nella condizione di precarietà che
quotidianamente vivono a tutti i livelli, esistenziale, lavorativo,
affettivo, relazionale, e da cui, come suggerisce Cristina Morini,
possono forse nascere nuovi soggetti sociali e un nuovo
protagonismo sociale, [proprio] a partire dalle difficoltà
implicite nella precarietà.
(Morini, 2006). Perché,
se è vero che le scelte sono vincolate dai contesti, sono le
soggettività le uniche a poter rispondere, essere attive,
eccedere, trasformare.

Ciò che osserviamo è una
molteplicità di tentativi di trasformare e risignificare le
relazioni politiche, lavorative, affettive e sociali in cui siamo
immerse, attraverso diverse pratiche e comportamenti sia individuali
sia collettivi.
Per certi versi,
infatti, è proprio l’estensione della precarietà
nella vita a 360 gradi ad obbligarci ad inventare nuovi terreni di
sperimentazione: nella condivisione degli spazi abitativi (per
necessità, ma anche per desiderio di differenti forme di
condivisione); nella ridefinizione delle relazioni d’amore (alla
ricerca di nuove forme di intimità e scambio che non
pretendano ruoli precostituiti); nelle forme di consumo (perché
i soldi sono pochi, ma anche per la consapevolezza che come e
dove spenderli ha effetti politici); nella creazione di
inedite relazioni di fiducia e cooperazione (centrali nella
costruzione di reti di alleanze, dentro e fuori il posto di lavoro).
Questo frammentario arcipelago di pratiche esiste e apre spazi a
nuove forme di libertà e autodeterminazione; ma rischia di
rimanere limitato alla sfera individuale, di non essere visto, né
percepito nella sua valenza politica.

Incontri e confronti con i femminismi storici

Nonostante, come abbiamo cercato di descrivere, le inclassificabili
sperimentino percorsi nuovi fatti di identità precarie e in
movimento, esiste nondimeno un forte ed importante legame con le
traiettorie dei femminismi storici. Discendenti di un femminismo che
negli anni ’70 ha segnato una grandiosa svolta nelle relazioni tra
i generi e nel ruolo delle donne, le femministe di nuova generazione
rivendicano e riconoscono gradi di parentela diversi con le donne che
le hanno precedute. C’è chi individua delle “madri
simboliche”, chi delle care zie, chi delle lontane zie d’America,
di quelle che non si conoscono direttamente, ma che lasciano delle
eredità che possono cambiare la vita. Molte hanno incontrato
il femminismo attraverso la lettura dei così detti “classici”,
per altre questa relazione è nata a partire dall’esperienza
delle discriminazioni di genere, e per altre ancora dall’incontro
diretto con donne che hanno vissuto l’esperienza del Movimento
politico delle donne. In tutti i casi, emergono stima e
riconoscimento per ciò che è stato fatto nel passato,
sempre però con uno sguardo critico e attento alla realtà
del presente: il femminismo storico è il nostro passato, ne
abbiamo mutuato lo spirito e la combattività, gli strumenti
analitici e le pratiche, pur tentando di re-inventarle rispetto ai
nostri desideri e al contesto storico che ci appartiene”

(Sexyshock). Attente alle teorie, alle storie del passato, ma
anche allergiche a visioni organiche e preconfezionate, a volte
visionarie, a volte iper-concrete le “nuove” femministe non
negano l’importanza che hanno avuto nel passato i femminismi
storici ma ritengono dirimente, con un approccio laico, il confronto
con chi ha vissuto quelle esperienze e ancora oggi è attiva in
tal senso. A partire dal riconoscimento reciproco, da una legittimità
non accordata collettivamente a tutti i soggetti coinvolti, ma
contrattata nelle relazioni soggettive con ciascuna, ci sembra
esistano fili di continuità e di critica positiva con i
femminismi storici e le loro protagoniste.

Quanto al definirsi o meno “femminista” si tratta di un nodo
particolarmente delicato e dibattuto. Nel vasto arcipelago delle
inclassificabili esistono risposte molto diverse tra loro, accomunate
però dall’idea che ci si muova in un orizzonte di femminismi
al plurale, e non di un unico femminismo: collettivamente non ci
siamo definite femministe sia perché non tutte individualmente
si sono definite tali, sia perché ci sembrava riduttivo
collegare il nostro progetto e la nostra esperienza ad una categoria
prestabilita, anche in virtù del fatto che di femmin-ismi ce
ne sono stati e ce ne sono tanti e diversi. L’occhio con cui noi
guardiamo alla vita e alla politica è un occhio di genere, di
donne post-identitarie e nomadi,
raccontano le Sexyshock. Molti
gruppi e singole scelgono di non definirsi femministe e c’è
chi, pur definendosi femminista, è consapevole che spesso tale
“etichetta” allontana in modo preventivo chi ascolta, e così
decide di sostanziare cosa significa essere femminista più che
dichiararsi tale a priori, specificando che si tratta di una
definizione legata al presente e non al passato e in tal senso
comporta una costante ricerca e pratica quotidiana.

Altre invece, non solo sottolineano il carattere di continuità
con il femminismo storico, ma devono la loro genesi a rapporti
diretti con le donne che l’hanno vissuto, come per esempio le
Priscilla di Verona nate anche grazie ad una nota Associazione
Culturale Femminile “Il Filo d'Arianna” che nell'intento di
creare momenti di confronto con giovani donne sulle tematiche del
femminismo ha poi animato il nostro desiderio di continuare a vederci
tra giovani in uno spazio tutto nostro.
(…) Ci definiamo
femministe poiché raccogliamo e ci sforziamo di tradurre nel
quotidiano pratiche e riflessioni ereditate dal femminismo storico.”
Altre hanno iniziato ad appassionarsi di femminismo perché
allieve di femministe della generazione degli anni Settanta, come
raccontano le Matri_x nel numero speciale intitolato “Genealogie
del presente” della storica rivista femminista DWF.donnawomanfemme
del 2001: in comune, oltre a frequenti scambi, avevamo il fatto di
essere state vicine, “allieve”, di tre esponenti del femminismo
italiano, nelle varie versioni del pensiero della differenza: Luisa
Muraro, Maria Luisa Boccia e Chiara Zamboni. Le avevamo incontrate
all’università, ma si era trattato anche di un rapporto e di
un apprendistato politico
.

Altri gruppi ancora, come le giovani della Libreria delle donne di
Milano, si sono costruite i propri spazi di “agibilità
politica” all’interno dei luoghi del femminismo storico: siamo
partite da ciò che abbiamo ereditato, la Libreria come
progetto politico e dono prezioso da curare, custodire. Un dono che
desideravamo fare nostro contaminandolo con nuove pratiche e nuove
modalità di espressione. Abbiamo visto nel sito una
possibilità di raccogliere questa sfida, innanzitutto per la
familiarità che abbiamo con lo strumento informatico, la sua
contiguità con la nostra vita quotidiana. (…) Il percorso,
spesso segnato da conflitti, è partito dal nostro gruppo di
giovani donne, e si è sviluppato arrivando a un coinvolgimento
differente. È nata una redazione composta da donne diverse per
età e per storia, con differenti sensibilità e modalità
di vivere il presente [che ha]
rilanciato il nostro sapere e
il nostro desiderio in una sfida tutta nostra, che coinvolge anche le
donne più grandi, ma che segna una strada che ci appartiene
pienamente.

Il punto di partenza rimane la propria generazione politica, la
propria quotidianità e la ricerca di pratiche specifiche in
grado di incidere sul presente, a partire dalle contraddizioni
radicate addosso e sempre nominate.

La laicità nella costruzione di alleanze

Nella concretezza delle pratiche, una caratteristica trasversale alle
inclassificabili è quella di sperimentare relazioni e alleanze
politiche laiche, a partire dal confronto diretto di contenuti e
pratiche differenti: fuori e dentro le istituzioni, le accademie, i
centri sociali. Fuori dalla contrapposizione tra “femminismo di
stato” e movimento politico delle donne, le inclassificabili si
muovono flessibilmente tra movimenti e luoghi di lavoro, tra
produzione di conoscenza e azioni pratiche. Si creano così
molteplici percorsi che individuano, strada facendo, obiettivi
concreti da raggiungere e cercano di mantenere costantemente aperta
la possibilità di una verifica in itinere e, nel caso, di una
ri-partenza. Sperimentare significa relazionarsi di volta in volta
con interlocutrici/tori diverse quando e se interessi o prospettive
politiche convergono in una comune ottica di trasformazione
dell'esistente.

Un esempio che si muove in tale direzione, a cui hanno attivamente
partecipato le Sexyshock, è la “Rete delle donne” di
Bologna, nata in reazione alla legge sulla procreazione assistita a
partire dal 2001. Questa esperienza, che ha saputo coinvolgere
diverse soggettività sul territorio, ha organizzato molteplici
iniziative (tra cui una grande manifestazione contro la violenza
sulle donne del 25 novembre del 2006) con cui è riuscita ad
interagire con interi quartieri della città. Tentativi come
questo vedono il coinvolgimento di donne (e a volte uomini) di
diverse generazioni e appartenenze, e raccontano della fatica, ma
anche della potenzialità, che può derivare dal nominare
i conflitti e dall’agirli nella franchezza di un confronto leale,
anche se a volte duro, in cui – al di là di tutte le
differenze – esiste un riconoscimento reciproco di legittimità.

Spesso, infatti, tali alleanze non sono “pacifiche” ma frutto di
una mediazione tra soggettività che vivono con priorità
differenti la realizzazione di obiettivi condivisi: Soggettività
Lesbica racconta di aver provato sentimenti contrastanti rispetto
alle due manifestazioni del 14 gennaio
(entrambe svoltesi nel
2006 in contemporanea, una a Milano, per la libertà femminile
contro l’ennesimo attacco alla legge 194, e l’altra a Roma in
difesa dei Pacs, anche essi osteggiati). In questo orizzonte
culturale "maschile" e "femminile" sono assunti
come categorie ontologiche e non come prodotti sociali. Ogni
diversità quindi diventa, paradossalmente, solo dialettica o
complementare all'unico centro fondante: lo sguardo dell'uomo. Per
noi lesbiche emerge allora l'inquietante sensazione di tornare ad
essere invisibili nel "riemerso" movimento delle donne, la
cui priorità – la difesa della 194 – potrebbe non riguardarci
nei suoi effetti squisitamente pratici. L'attacco a questa legge,
invece, ha a che fare con il nostro vivere quotidiano perché è
un tentativo di riaffermare il controllo sul corpo delle donne e sul
loro desiderio. Per una lesbica sarà ancora più
difficile vivere liberamente la propria sessualità in una
cultura che cancella i corpi e le soggettività e pretende di
legiferare in nome di astratte verità universali.

Nelle pratiche delle inclassificabili riteniamo interessante
sottolineare questa ricerca di spazi comuni per creare sinergie e
alleanze strategiche, anche se non possiamo ignorare come la
creazione di comunità di condivisione e informazione sia, ad
oggi, una pratica faticosa e spesso frustrante.

La
leadership … Proviamo a condividerla?

Un altro elemento qualificante che ci sembra di poter rintracciare
nelle pratiche delle inclassificabili é un faticoso e concreto
tentativo di sperimentare nuove forme di leadership, partendo
dalla riflessione attiva e costante delle relazioni di potere che si
vivono e agiscono nella propria quotidianità e nella pratica
politica. Consapevoli del peso delle differenze (di classe,
orientamento sessuale, appartenenza culturale, ecc.) delle
soggettività in gioco e delle diverse capacità di
interazione ed esposizione in pubblico, le inclassificabili provano
tuttavia a mettere in discussione le dinamiche di potere interne ai
gruppi, non in modo astratto, ma nella contestualità delle
pratiche in cui si manifestano, cercando di evidenziare i limiti e
nominare le contraddizioni per provare a trasformarli in sfide ai
codici dominanti.

La
scelta delle Sexyshock di identificarsi con il nome collettivo Betty
si muove esattamente in tale direzione, così come le modalità
di lavoro delle Prec@s che intendono rendere visibile un punto di
vista di soggettività femminile e queer, cercando di
contrastare la preponderanza della leadership e delle modalità
espressive maschiliste che riproducono un potere sempre uguale,
ripetitivo e scontato.

Anche
l’ecofemminismo vuole confrontarsi sulla necessità di una
nuova epistemologia tra donne affinché esse stesse non
riproducano le gerarchie di sesso di cui sono succubi
. (Dal sito)

 

Per quanto riguarda la nostra esperienza, stiamo sperimentando un
percorso contro la cristallizzazione della leadership
attraverso una duplice strategia: all’esterno alternando il più
possibile la presa di parola pubblica, e all’interno alimentando
forme e modi non distruttivi di confronto in cui ciascuna abbia
spazio per esprimere il proprio punto di vista soggettivo, ma
nell’ottica di mettersi in discussione, per arrivare a costruire
insieme punti di vista condivisi ma non monolitici, in un
disequilibrio precario e in divenire tra la dimensione collettiva
(osata con gioia e fatica) e quella individuale. Qui potere significa
decidere che cosa fare; quali tra le varie alternative disponibili
scegliere e in che modo. Ciò significa affrontare senza timori
i conflitti che inevitabilmente si creano, affrontare una situazione
pubblica se lo richiede, ma anche assumersi le responsabilità
connesse al fatto che non c’è nessuna che decide al posto di
un’altra.

Più che una conclusione… un augurio

Non vogliamo e non possiamo trarre alcuna conclusione, la nostra
intenzione era quella di tracciare un affresco del variegato e
molteplice mondo delle inclassificabili, il nostro augurio è
quello di esserci riuscite almeno in parte, e di aver stimolato in
chi legge la curiosità di conoscerle meglio.

*Sconvegno è composto da Manuela Galetto, Chiara Lasala, Sveva
Magaraggia, Chiara Martucci, Elisabetta Onori e Francesca Pozzi.

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