dal Manifesto del 18 settembre 2007
Proposta dall'Udi (con rilevanti dissensi interni, ad es. dell'Udi di
Palermo) e appoggiata da Ds, Prc, Laboratorio 50&50, Usciamo dal
silenzio, Aspettare stanca, è partita nella primavera la campagna per
una legge di iniziativa popolare che stabilisca parità di donne e
uomini nelle candidature a tutte le assemblee elettive, dai comuni al
parlamento europeo, nel solco della legge per la parità approvata dal
parlamento francese nel 2000. La proposta divide il femminismo
italiano, com'è già accaduto in passato ogni volta che si è cercato di
promuovere a suon di leggi, quote e dispositivi antidiscriminatori (o
di inclusione forzata, come sarebbe meglio definirli) la presenza delle
donne nelle istituzioni. La divisione riguarda in verità in primo luogo
come leggerne l'assenza (se come puro effetto di discriminazione o
anche come segno di autosottrazione), e, a seguire, molti altri punti,
dal giudizio sullo stato della rappresentanza e della democrazia a
quello sul rapporto fra la scena politica istituzionale e la politica
inaugurata dalle pratiche femministe. L'ultimo numero di Via Dogana, la
rivista della Libreria delle donne di Milano («Cinquanta e cinquanta.
Sessi e potere», 5 Euro), motiva un no ragionato alla proposta
paritaria, pur presentando anche interventi favorevoli (Arianna Censi,
che la presenta come una norma transitoria utile al «compimento di una
reale democrazia», altro argomento, questo del compimento della
democrazia, ritornante almeno dall''87) o possibilisti (Annarosa
Buttarelli, che la legge come «un segno del kairòs, cioè delle numerose
circostanze favorevoli che ci suggeriscono un agire politico capace di
cogliere l'offerta contenuta nel tempo presente». Prima di presentare
gli argomenti contrari di Lia Cigarini, Giordana Masotto, Letizia
Paolozzi e Sabina Baral, che personalmente condivido, consiglio
l'attenta lettura nel fascicolo dell'analisi di Joan Scott (gender
theorist americana fra le più note) sugli effetti della legge francese.
Scott mostra come il tentativo di completare l'universalismo
«oltrepassando» la differenza fra i sessi, cioè scrivendo in diritto
che «il cittadino» è sia uomo che donna alla pari, si sia scontrato nei
fatti con il ripresentarsi della differenza sul piano dell'immaginario
e del simbolico, che evidentemente resistono al diritto: nelle campagne
elettorali delle candidate, l'essere donna, l'immagine di femminilità
proposta, il corpo femminile non sono stati neutralizzabili, nel bene o
nel male. Concordo con Scott che in questo c'è un elemento comunque
perturbante della scena politica istituzionale da analizzare con
attenzione e passo agli argomenti delle non-paritariste italiane. Lia
Cigarini scrive senza mezzi termini che la proposta del 50e50 è «una
fettina di torta avvelenata» (la torta del potere, s'intende) perché
occulta «l'altrove e l'altrimenti» delle pratiche politiche della
differenza, costringe le donne che vuol promuovere ad accettare le
mediazioni maschili per la spartizione del potere, non interroga e
rimuove lo scarso interesse alla questione da parte delle donne esterne
al ceto politico. E soprattutto, per spartire la rappresentanza
democratica che c'è, non si interroga e non prende posizione sullo
stato morente della democrazia rappresentativa oggi. Letizia Paolozzi
elenca il vasto numero di questioni che andrebbero analizzate a monte
della debole presenza femminile nelle istituzioni: «se sono le donne a
non aver voglia di entrare nell'attuale politica; se sono i gruppi
dirigenti dei partiti affetti da cronica misoginia; se i partiti hanno
perso qualsiasi attrattiva; se la relazione maschile-femminile è
cambiata; se il patriaracto è ancora in agguato». Questioni che
configurano, sul senso della politica, una partita aperta fra uomini e
donne, mentre «quando si dice pari e patta, la partita è finita» (a
Paolozzi parrebbe più adeguato semmai lasciare aperto lo squilibrio con
la regola del 40 e 60 che non parificarlo col 50 e 50). Sabina BAral
dichiara la propria propensione a opporsi con la sottrazione alla
«smania di volerci essere a tutti i costi»: «non posso prestare il
fianco a una politica che si riduce a mero tecnicismo efficientista,
che non riesce a dire alcun vissuto esperienziale». Giordana Masotto
guarda molto opportunamente dentro le fratture generazionali fra il
femminismo degli anni 70 e le trentenni di oggi per trovare risposta
alla difficoltà di identificazione fra elettrici e (eventuali)
candidate. Partita pari e chiusa, o partita dispari e aperta?
Palermo) e appoggiata da Ds, Prc, Laboratorio 50&50, Usciamo dal
silenzio, Aspettare stanca, è partita nella primavera la campagna per
una legge di iniziativa popolare che stabilisca parità di donne e
uomini nelle candidature a tutte le assemblee elettive, dai comuni al
parlamento europeo, nel solco della legge per la parità approvata dal
parlamento francese nel 2000. La proposta divide il femminismo
italiano, com'è già accaduto in passato ogni volta che si è cercato di
promuovere a suon di leggi, quote e dispositivi antidiscriminatori (o
di inclusione forzata, come sarebbe meglio definirli) la presenza delle
donne nelle istituzioni. La divisione riguarda in verità in primo luogo
come leggerne l'assenza (se come puro effetto di discriminazione o
anche come segno di autosottrazione), e, a seguire, molti altri punti,
dal giudizio sullo stato della rappresentanza e della democrazia a
quello sul rapporto fra la scena politica istituzionale e la politica
inaugurata dalle pratiche femministe. L'ultimo numero di Via Dogana, la
rivista della Libreria delle donne di Milano («Cinquanta e cinquanta.
Sessi e potere», 5 Euro), motiva un no ragionato alla proposta
paritaria, pur presentando anche interventi favorevoli (Arianna Censi,
che la presenta come una norma transitoria utile al «compimento di una
reale democrazia», altro argomento, questo del compimento della
democrazia, ritornante almeno dall''87) o possibilisti (Annarosa
Buttarelli, che la legge come «un segno del kairòs, cioè delle numerose
circostanze favorevoli che ci suggeriscono un agire politico capace di
cogliere l'offerta contenuta nel tempo presente». Prima di presentare
gli argomenti contrari di Lia Cigarini, Giordana Masotto, Letizia
Paolozzi e Sabina Baral, che personalmente condivido, consiglio
l'attenta lettura nel fascicolo dell'analisi di Joan Scott (gender
theorist americana fra le più note) sugli effetti della legge francese.
Scott mostra come il tentativo di completare l'universalismo
«oltrepassando» la differenza fra i sessi, cioè scrivendo in diritto
che «il cittadino» è sia uomo che donna alla pari, si sia scontrato nei
fatti con il ripresentarsi della differenza sul piano dell'immaginario
e del simbolico, che evidentemente resistono al diritto: nelle campagne
elettorali delle candidate, l'essere donna, l'immagine di femminilità
proposta, il corpo femminile non sono stati neutralizzabili, nel bene o
nel male. Concordo con Scott che in questo c'è un elemento comunque
perturbante della scena politica istituzionale da analizzare con
attenzione e passo agli argomenti delle non-paritariste italiane. Lia
Cigarini scrive senza mezzi termini che la proposta del 50e50 è «una
fettina di torta avvelenata» (la torta del potere, s'intende) perché
occulta «l'altrove e l'altrimenti» delle pratiche politiche della
differenza, costringe le donne che vuol promuovere ad accettare le
mediazioni maschili per la spartizione del potere, non interroga e
rimuove lo scarso interesse alla questione da parte delle donne esterne
al ceto politico. E soprattutto, per spartire la rappresentanza
democratica che c'è, non si interroga e non prende posizione sullo
stato morente della democrazia rappresentativa oggi. Letizia Paolozzi
elenca il vasto numero di questioni che andrebbero analizzate a monte
della debole presenza femminile nelle istituzioni: «se sono le donne a
non aver voglia di entrare nell'attuale politica; se sono i gruppi
dirigenti dei partiti affetti da cronica misoginia; se i partiti hanno
perso qualsiasi attrattiva; se la relazione maschile-femminile è
cambiata; se il patriaracto è ancora in agguato». Questioni che
configurano, sul senso della politica, una partita aperta fra uomini e
donne, mentre «quando si dice pari e patta, la partita è finita» (a
Paolozzi parrebbe più adeguato semmai lasciare aperto lo squilibrio con
la regola del 40 e 60 che non parificarlo col 50 e 50). Sabina BAral
dichiara la propria propensione a opporsi con la sottrazione alla
«smania di volerci essere a tutti i costi»: «non posso prestare il
fianco a una politica che si riduce a mero tecnicismo efficientista,
che non riesce a dire alcun vissuto esperienziale». Giordana Masotto
guarda molto opportunamente dentro le fratture generazionali fra il
femminismo degli anni 70 e le trentenni di oggi per trovare risposta
alla difficoltà di identificazione fra elettrici e (eventuali)
candidate. Partita pari e chiusa, o partita dispari e aperta?